Giacinto Bevilacqua MessaggeroVeneto 17 Aprile 2012
L’annuncio dell’ufologo Chiumiento: “L’ha avvistato uno studente di 17 anni“. Il giallo del blocco dei cellulari.
Non solo Mortegliano. La misteriosa creatura alta circa 4 metri, avvistata per la prima volta in prossimità della grande rotatoria della cittadina friulana l’11 febbraio – segnalata successivamente in vari punti della regione, anche a Caneva, Carbona di San Vito al Tagliamento e Oderzo – sarebbe apparsa pure a Pasiano. L’avvistamento dello strano essere di “origine aliena” risale alla notte fra il 12 e il 13 marzo, secondo la dettagliata testimonianza di uno studente diciassettenne del luogo. La rivelazione, inedita, è stata resa pubblica dal noto ufologo pordenonese Antonio Chiumiento nel corso della presentazione del suolibro Alieni tra noi che venerdì sera ha attirato quasi un centinaio di persone al teatro comunale di Polcenigo. Il minorenne di Pasiano aveva trascorso la serata partecipando a una festa in casa di amici.
Poco dopo la mezzanotte, aveva preso la via di casa, incamminandosi per un sentiero sterrato in prossimità del centro. Circa 20 minuti dopo la mezzanotte, hanno cominciato a manifestarsi strani fenomeni, annunciati dal segnale di batteria scarica emesso dal cellulare del ragazzo. “Strano, perché l’avevo messo in carica prima di uscire” ha pensato il giovane, allertato subito dopo da un tonfo improvviso, come di una persona scivolata di peso sull’erba.
“Premetto che il ragazzo non aveva assunto alcolici, che la sua testimonianza è stata registrata da me e dal mio collaboratore Sabino Sgambato e che sono stati i suoi amici a contattarmi la prima volta, pertanto non siamo di fronte a un mitomane – ha messo avanti le mani il professore-ufologo – Al chiaro di luna, dopo aver udito il tonfo, il giovane ha riconosciuto una creatura con delle gambe molto lunghe, pari alla sua altezza, ovvero 175 centimetri, la quale si muoveva velocemente con andatura ricurva. La creatura, scura d’aspetto, si dirigeva verso una casa abbandonata. Atterrito, il ragazzo ha provato a telefonare un amico ma un forte sibilo, associabile al fischio di una chitarra elettrica, gli ha disattivato la comunicazione“.
Non è la prima volta che nel Pasianese si registrano incontri ravvicinati con gli ufo. Fece scalpore, in particolare, la vicenda di Benito Bonotto di Visinale che nel 1995 raccontò di aver visto un oggetto identificato a bassa quota, in parte trasparente, e di essere entrato in contatto telepatico con gli “omini” presenti al suo interno. Ancora negli anni Ottanta uno studente, allertato dall’insolito comportamento dei volatili e dei bovini, nottetempo si era imbattutto in un disco volante.
“L’ultimo caso è da mettere in correlazione con Mortegliano” è sicuro Chiumiento, che ne spiega i motivi: “La somiglianza delle descrizioni della creatura e l’annullamento delle funzioni dei telefoni cellulari“.
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Andrew Fazekas National Geographic 18 Aprile 2012

Per la prima volta, nel novembre scorso, il telescopio spaziale Hubble ha fotografato due gigantesche tempeste magnetiche, grandi quanto la Terra, che hanno provocato aurore polari sul lato esposto al sole di Urano. “Avevamo avuto segnali di attività aurorale su Urano già nel 1986, quando la sonda Voyager 2 passò accanto al pianeta“, dice Laurent Lamy, astronomo dell’Observatoire di Paris e direttore della ricerca, “ma mai prima d’ora avevamo potuto osservare con un telescopio queste emissioni di luce“.
Le aurore polari sono emissioni luminose che si verificano spesso alle alte latitudini di Giove, Saturno e, naturalmente, della Terra. Questi pianeti hanno in comune la presenza di una magnetosfera che li protegge dagli effetti delle tempeste solari. Le aurore si verificano intorno ai poli perché è lì, dove i campi magnetici convergono, che le particelle elettricamente cariche emesse dal Sole si incanalano e si scontrano con le molecole dell’atmosfera dei pianeti, surriscaldandole e facendole brillare.
Gli astronomi avevano provato a individuare le aurore su Urano – che dista quattro miliardi di chilometri dalla Terra – già nel 1998 e nel 2005, ma senza successo. Nel settembre del 2011 Lamy e i suoi collaboratori si sono prenotati per utilizzare Hubble in coincidenza con una tempesta solare che sapevano si sarebbe diretta contro il pianeta; puntualmente, circa sei settimane più tardi, il telescopio ha individuato le aurore che brillavano nell’alta atmosfera del gigante gassoso. “Erano fioche emissioni di luce: siamo stati fortunati a catturarle”, dice Lamy.
L’aspetto insolito delle aurore di Urano rispetto a quelle degli altri pianeti potrebbe essere dovuto al bizzarro orientamento del pianeta. Urano è infatti l’unico pianeta del Sistema solare il cui asse magnetico è inclinato di 60 gradi rispetto all’asse di rotazione, che a sua volta è inclinato di 98 gradi rispetto al piano dell’orbita. In altre parole, orbitando intorno al Sole Urano sembra rotolare su un fianco, come una palla da biliardo.
Su Urano le aurore polari sono molto brevi: secondo Lamy ciò sarebbe dovuto alla differenza tra l’orientamento delle particelle solari in arrivo e quello del campo magnetico del pianeta. “Queste aurore ci daranno degli indizi per individuare l’esatta posizione dell’asse magnetico… e per capire quali parti della magnetosfera sono attive“, prosegue Lamy. “Senza dubbio Urano è un pianeta misterioso. Ne sappiamo poco, e sappiamo ancor meno della sua magnetosfera, ma stiamo lentamente cominciando a svelare i suoi segreti.”
Dopo essere riuscito a individuare le aurore, Lamy e la sua équipe sperano di poter utilizzare Hubble più a lungo per le loro osservazioni di Urano. “Per quasi un quarto di secolo non è stato possibile osservare questi eventi, ma oggi sappiamo di avere a nostra disposizione uno strumento eccezionale“, afferma lo studioso. “Purtroppo però Hubble si sta avvicinando alla fine della sua vita, quindi abbiamo bisogno di sfruttare tutte le possibili occasioni per osservare queste lontane aurore polari prima che il telescopio chiuda gli occhi per sempre“.
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ANSA 21 Aprile 2012

C’e’ un angolo di Terra su Titano. Nell’emisfero meridionale della più grande luna di Saturno esiste infatti un lago stagionale molto simile per conformazione e condizioni climatiche alla depressione salina Etosha Pan, che si trova sulla Terra, in Namibia. A differenza del cugino terrestre, però, il lago di Titano non si copre periodicamente di acqua ma di idrocarburi liquidi. Lo testimoniano le osservazioni raccolte dalla sonda Cassini, nata dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (Esa) e Agenzia Spaziale Italiana (Asi).
Il lago di Titano, già noto con il nome di ‘lago Ontario’, èil più grande nell’emisfero Sud della luna di Saturno. Profondo solo pochi metri, si trova in una depressione compresa all’interno di un bacino sedimentario circondato da piccole catene montuose. Da tempo si sapeva che era composto di idrocarburi allo stato liquido, ma solo questi ultimi dati, pubblicati sulla rivista Icarus, hanno dimostrato che metano, etano e propano ne ricoprono la superficie in maniera non costante.
Dalle immagini è possibile osservare dei canali scavati sul letto del lago e dei sedimenti che sembrano indicare che nel passato il liquido aveva raggiunto un livello più elevato. I ricercatori dell’università francese di Nantes, autori della scoperta, pensano che la regione del lago Ontario abbia una conformazione e un clima simili a quelli delle regioni semi-aride presenti sulla Terra. E la presenza non costante degli idrocarburi liquidi sembra ricordare da vicino quello che accade proprio nella depressione salina Etosha Pan, in Namibia. Qui il letto del lago viene ricoperto d’acqua quando il livello della falda acquifera si innalza durante la stagione delle piogge. L’acqua poi evapora, lasciando traccia del suo passaggio nei sedimenti. Secondo i ricercatori, anche il lago di Titano potrebbe presentare una dinamica simile, riempiendosi di idrocarburi liquidi quando questi riemergono dal sottosuolo.
Tags: ASI, astrofisica, astronautica, astronomia, Cassini, esa, esplorazione spaziale, fisica, geofisica, internazionale, italia, jet propulsion laboratory, nasa, scienza - articoli, sistema solare, sonde, stati uniti, statistica, tecnologia, Titano, usa
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National Geographic 16 Aprile 2012

Un riesame dei dati raccolti dalle missioni Viking suggerisce che, già 30 anni fa, le sonde avevano scoperto l’esistenza di forme di vita microbica sul pianeta rosso. Era il 1976 quando la NASA inviò su Marte due sonde, Viking 1 e 2, per cercare di scoprire se vi fosse vita sul pianeta rosso. A questo preciso scopo, le sonde condussero tre esperimenti, uno dei quali fu denominato Labeled Release (LR). L’esperimento LR consisteva nel raccogliere frammenti di suolo marziano e mischiarlo con gocce d’acqua che contenevano nutrienti e atomi di carbonio radioattivo.
L’idea era che, se il suolo conteneva microbi, le forme di vita avrebbero metabolizzato i nutrienti rilasciando sia anidride carbonica radioattiva che metano, i quali avrebbero potuto essere individuati da un rilevatore di radiazioni presente sulla sonda.
Furono eseguiti anche una serie di esperimenti di controllo, come quello di riscaldare campioni di suolo marziano a diverse temperature e isolando altri campioni nell’oscurità per mesi – condizioni che avrebbero ucciso eventuali microbi fotosinstetici o che basano la propria sopravvivenza su organismi fotosintetici. Anche questi campioni di controllo vennero mixati con una soluzione di nutrienti.
Per la felicità di molti biologi dell’epoca, l’esperimento LR risultò positivo, e quelli di controllo negativi. “Nel momento in cui i nutrienti vennero mixati con i campioni di suolo, il conteggio delle molecole radioattive arrivava a qualcosa come 10.000“, un valore altissimo rispetto al 50-60 che costituisce la naturale radiazione di fondo su Marte, spiega Joseph Miller, neurobiologo della University of Southern California ed ex direttore di progetto dello space shuttle NASA. Sfortunatamente, l’esperimento LR non venne confermato dagli altri due esperimenti delle sonde, entrambi i quali risultarono negativi; l’agenzia spaziale quindi escluse la possibilità che vi fosse vita sul pianeta rosso.
Oggi però, dopo aver rivisto i dati LR raccolti dalla missione Viking attraverso un test matematico progettato per separare i segnali biologici da quelli non biologici, il team di Miller è arrivato alla convinzione che l’esperimento avesse effettivamente individuato tracce di vita microbica nel suolo marziano. “È estremamente probabile che, se vi sono microbi, essi vivano qualche centimetro al di sotto del suolo, vicino al ghiaccio d’acqua”, dice il ricercatore.
Accorpando i dati del Viking
Per il loro studio, Miller e il matematico Giorgio Bianciardi, dell’Università di Siena, hanno utilizzato il cosiddetto clustering, o analisi dei gruppi, un insieme di tecniche di analisi multivariata dei dati volte alla selezione e raggruppamento di elementi omogenei in un insieme di dati. “Sono stati così costituiti due gruppi: uno comprendeva i due esperimenti attivi e l’altro i cinque esperimenti di controllo“.
A sostegno del loro operato, i ricercatori hanno anche messo a confronto i dati Viking con parametri rilevati da fonti biologiche terrestri e da altre forme puramente fisiche, non biologiche. “È risultato che tutti gli esperimenti biologici terrestri corrispondevano a quelli attivi delle sonde, e tutte le serie di dati non biologici agli esperimenti di controllo“, racconta Miller.
I ricercatori convengono tuttavia che ciò non basta a provare in modo inequivocabile che esiste vita su Marte. “Le nostre analisi dicono solo che c’è un’enorme differenza fra gli esperimenti attivi e quelli di controllo, che gli esperimenti attivi del Viking corrispondono ai dati biologici terrestri, e che quelli di controllo corrispondono ai fenomeni non biologici“, puntualizza Miller.
Ritmi marziani
Eppure, le nuove analisi sono anche coerenti con uno studio precedente pubblicato da Miller, che avrebbe rilevato segni di ritmo circadiano (l’orologio interno presente in ogni forma di vita che aiuta a regolare processi biologici come il sonno, la veglia, o la temperatura) dei risultati degli esperimenti LR. Se sulla Terra questo orologio è impostato su un ciclo di 24 ore, su Marte sarebbe su 24, 7 ore: la lunghezza del giorno marziano.
Nel suo studio precedente, Miller aveva notato che la radiazione rilevata nell’esperimento LR variava a secondo del momento della giornata marziana. “Osservando attentamente, si notava che la misurazione della radioattività del gas saliva durante il giorno e scendeva durante la notte… Le oscillazioni avevano un periodo di 24, 66 ore che corrisponde quasi esattamente al giorno di Marte“, racconta Miller. “Si tratta in sostanza di un ritmo circadiano, e i ritmi circadiani sono un buon segnale della presenza di vita“.
In attesa del disco
Nonostante i ricercatori siano certi che la missione Viking abbia effettivamente rilevato vita su Marte, secondo Miller saranno in pochi a condividere questa convinzione finché non vedranno un video con dei batteri marziani su un vetrino. “Non so perché, ma la NASA non ha mai inviato su Marte un microscopio che permetterebbe di fare esattamente questo“, dice il ricercatore. “Eppure, se fanno arrivare lassù un microscopio per i geologi, potrebbero farlo anche per i biologi“.
La prossima missione della NASA su Marte – il Mars Science Laboratory, anche detto Curiosity – arriverà sul pianeta rosso verso la fine di quest’anno. Benché non sia provvista di un simile microscopio, Miller pensa che il lander possa trovare elementi a supporto dell’ipotesi del suo team. “Non verificherà l’ipotesi della vita su Marte in modo diretto, ma potrebbe essere in grado di rilevare metano“, dice Miller. “E se osservassimo un ritmo circadiano nel rilascio del metano nell’atmosfera, ciò sarebbe una conferma di quanto abbiamo verificato matematicamente“.
Lo studio è pubblicato online su International Journal of Aeronautical and Space Sciences.
Tags: astrofisica, astronautica, biologia, esobiologia, esplorazione spaziale, geofisica, internazionale, jet propulsion laboratory, mars science laboratory, marte, nasa, scienza - articoli, sistema solare, sonde, stati uniti, tecnologia, usa, Viking
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Secondo gli astronomi, la stella che ospita i due nuovi pianeti grandi come e più di Giove sarebbe nata “solo” un miliardo di anni dopo il Big Bang
National Geographic 27 Marzo 2012

Sono due grandi pianeti che orbitano attorno a una stella a 375 anni luce di distanza, e secondo gli astronomi sono i più antichi finora scoperti. La stella madre infatti, con un’età stimata attorno ai 12,8 miliardi di anni, si formò probabilmente all’alba dell’universo, anche meno di un miliardo di anni dopo il Big Bang. “La stessa Via Lattea non si era completamente formata“, dice il responsabile dello studio Johny Setiawan, che ha condotto le sue ricerche all’Istituto Max-Planck per l’Astronomia di Heidelberg, in Germania.
Nel corso di una recente ricognizione, Setiawan e colleghi hanno individuato le “firme” dei due pianeti che orbitano la stella, chiamata HIP 11952. In base ai calcoli degli studiosi, uno dei pianeti ha circa la massa di Giove e completa la sua orbita in circa 7 giorni; l’altro invece ha tre volte la massa di Giove e la durata dell’orbita è di nove mesi e mezzo.
Se si fossero formati molto dopo la nascita della loro stella sarebbe anche possibile che i pianeti siano più giovani di quanto sembri, ma secondo i ricercatori si tratta di uno scenario alquanto improbabile. “Di solito i pianeti si formano poco tempo dopo la stella“, spiega Setiawan. “Pianeti di seconda generazione possono forse formarsi anche dopo, ma su questo tema il dibattito scientifico è ancora aperto“.
Pianeti rivoluzionari
Setiawan e colleghi hanno individuato i pianeti con il metodo della velocità radiale, finora risultato il più fruttuoso nell’individuazione di pianeti extrasolari. La scoperta implica che all’alba dell’universo la formazione di pianeti era possibile nonostante il fatto che allora le stelle erano carenti di metallo, mancavano cioè di elementi più pesanti di elio e idrogeno. Nel caso di HIP 11952, “la presenza di ferro è circa l’un per cento rispetto a quella del nostro Sole“, dice Setiawan. Questo scenario però va contro il cosiddetto modello di accrescimento, secondo il quale gli elementi pesanti sono indispensabili per la formazione dei pianeti.
Persino giganti gassosi come Saturno e Giove necessiterebbero di elementi pesanti per prendere forma, in quanto sarebbero formati attorno a nuclei solidi.
Finora il modello di accrescimento è stato confermato da due fattori: il fatto che la maggior parte delle stelle accompagnate da pianeti scoperte finora sono relativamente giovani e che hanno da una moderata a un’elevata quantità di metalli. Ma questo, secondo Setiawan, potrebbe essere anche solo un pregiudizio basato sul fatto che tutti i pianeti individuati appartengono a stelle giovani simili al Sole. “Questo modello va verificato effettuando una ricerca di pianeti attorno a stelle più antiche e povere di metalli“, dice Setiawan.
Giorni contati per i pianeti
Nonostante i pianeti appena scoperti siano così antichi, è altamente improbabile che sopravvivano per altri 13 miliardi di anni. La stella madre presto si trasformerà in una gigante rossa, dice Setiawan, che corrisponde alle ultime fasi della vita di una stella simile al sole. Durante questa fase, la stella aumenterà di dimensioni e con ogni probabilità finirà per inghiottire i pianeti vicini. Lo studio sui pianeti antichi è pubblicato sulla rivista Astronomy&Astrophysics.
Tags: astrofisica, astronomia, big bang, cosmo, fisica, galassia, HIP 11952, internazionale, osservatorio astronomico, sistemi extrasolari, spazio-tempo, statistica, stelle, universo, usa
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Danni alla sonda europea Venus Express, in orbita Venere
Ansa 10 Marzo 2012

La tempesta solare che si è scatenata l’8 marzo é ancora in corso e ha soltanto sfiorato la Terra.
Avrebbe tuttavia danneggiato la sonda europea Venus Express, in orbita attorno a Venere. “L’impulso solare giunto ieri sulla Terra è stato notevole, ma di portata inferiore rispetto alle previsioni“, commenta Luciano Anselmo dell’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’informazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), osservando che “la Terra è stata colpita solo di striscio“.
Le apparecchiature tecnologiche sembrano avere superato indenni quella che doveva essere la più intensa tempesta solare degli ultimi cinque anni, che ha raggiunto la Terra nella ieri sera.
L’intensita è stata più bassa del previsto. Alcuni esperti pensano che l’emergenza sia passata, mentre altri affermano che è troppo presto per affermarlo poiché gli effetti del fenomeno potrebbero proseguire anche oggi.
Secondo gli scienziati, la tempesta ha raggiunto un “livello moderato” intorno alla mezzanotte della costa est americana, le 6 di stamattina in Italia.
“Abbiamo rilevato un lieve aumento nella geo-attivita magnetica”, ha detto Norm Cohen, studioso dello Space weather prediction center della National oceanic and atmospheric administration (Noaa) degli Stati Uniti, riferendosi alla giornata di ieri.
Cohen ha aggiunto di non essere a conoscenza di effetti significativi sui sistemi elettrici o tecnologici, ma ha riferito che si è verificato un black-out delle comunicazioni radio ad alta frequenza dall’est dell’Africa all’Australia orientale, durato due ore.
La tempesta è cominciata martedì sera con un flare solare, che secondo gli scienziati poteva essere il più forte registrato dal 2006.
Si temeva che le reti elettriche, i Gps e i satelliti potessero andare fuori uso e le compagnie aeree hanno anche modificato le rotte di alcuni aerei.
Ma quando le prime onde della tempesta sono arrivate sulla Terra, a quattro milioni di chilometri orari, il fenomeno si è rivelato molto più debole del previsto.
Le apparecchiature tecnologiche non hanno subito danni e anche la previsione che si sarebbero viste aurore boreali più a sud di dove solitamente di verificano non ha avuto riscontro.
Gli scienziati sono comunque d’accordo sul fatto che nei prossimi mesi le attivita solari come quella di ieri proseguiranno.
Tags: astrofisica, astronomia, elettromagnetismo, fenomeni anomali, fisica, geofisica, internazionale, Noaa, sistema solare, solar flares, sole, sonde, stati uniti, statistica, tecnologia, Tempesta solare, terra, usa, Venus Express
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Ker Than National Geographic 10 Marzo 2012

Dai dati del telescopio Hubble un nuovo rompicapo per gli astronomi.
C’è ma non si vede. Oppure non c’è, e le teorie che la prevedono sono sbagliate. O ancora: c’è, ma non dovrebbe essere lì. La materia oscura, la misteriosa sostanza che si ritiene componga circa un quarto dell’universo ma non può essere osservata direttamente, continua a mettere alla prova gli astronomi.
A suscitare perplessità sono le osservazioni compiute dal telescopio Hubble al centro di Abell 520, un ammasso di galassie che si trova a circa 2, 4 miliardi di anni luce di distanza dalla Terra, e che è stato soprannominato train wreck (“incidente ferroviario”) per la sua struttura caotica.
Secondo le teorie prevalenti, gli ammassi di materia oscura, detti “aloni”, costituiscono l’”ancora” gravitazionale attorno alla quale la materia normale si ammassa, formando le galassie. Quando avviene una collisione tra due o più galassie o ammassi di galassie, anche queste ossature di materia oscura si scontrano tra loro. E poiché la materia oscura esercita un’attrazione gravitazionale, anche la materia visibile dovrebbe essere trascinata nella collisione. La teoria era stata corroborata dall’osservazione del “Bullet cluster”, un ammasso di galassie considerato come un esempio da manuale del comportamento della materia oscura.
Nel corso della stessa ricerca, effettuata nel 2006, gli astronomi hanno scoperto che al centro di Abell 520 c’è un “nucleo oscuro”, composto, appunto, di materia oscura. Ma attorno a questo nucleo esistono molte meno galassie visibili di quanto si prevedesse. Sembra che, invece di essersi concentrata attorno alla materia oscura, la materia visibile sia “volata via” dopo la collisione.
“È molto difficile spiegare questa osservazione con le teorie prevalenti sulla materia oscura o sulla formazione delle galassie“, commenta Myungkook James Jee dell’Università della California di Davis e coautore della ricerca pubblicata sulla rivista Astrophysical Journal.
Teoria da rifare?
I risultati del 2006 erano così inattesi che alcuni scienziati li avevano ritenuti invalidi. Ma la recente analisi dei dati di Hubble sembra confermarli. E gli astronomi sono più perplessi che mai.
“Abbiamo cercato di approntare modelli che potessero spiegare questa situazione, ma non ne abbiamo trovato neanche uno adatto”, dice Andisheh Mahdavi, astronomo alla San Francisco State University e coautore dello studio. “Non c’è proprio modo di spiegare perché tanta materia oscura fredda si ammassi in una regione dove ci sono così poche galassie“.
Le possibili spiegazioni proposte dal team di studiosi richiederebbero comunque aggiustamenti nella teoria. Potrebbero ad esempio esistere diversi tipi di materia oscura: alcuni si attrarrebbero l’un l’altro durante le collisioni, altri no. Un’altra possibilità è che Abell 520 sia il risultato di uno scontro tra tre ammassi di galassie, e non solo due, il che prevederebbe una serie di interazioni più complicate. “Si potrebbe immaginare una struttura provvisoria in cui si verifica un ‘picco’ di materia oscura sganciato dalla presenza di galassie“, spiega ad esempio Avi Loeb, capo del dipartimento di astronomia dell’università di Harvard, che non ha partecipato alla recente ricerca.
L’équipe che ha scoperto le anomalie annuncia una serie di ulteriori simulazioni al computer per chiarire meglio la natura di Abell 520. Ma se le simulazioni dovessero confermare le osservazioni, sostiene Mahdavi, occorrerà rimettere mano a tutte le teorie sulla materia oscura.
“Sono perplesso come lo ero nel 2007“, conclude lo studioso. “Le osservazioni che abbiamo compiuto sono proprio spiazzanti“.
Tags: Abell 520, astrofisica, astronomia, cosmo, galassia, internazionale, materia oscura, osservatorio astronomico, spazio-tempo, statistica, universo, usa
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Brian Handwerk National Geographic 7 Marzo 2012
‘è ossigeno nell’atmosfera di Dione, uno dei satelliti naturali di Saturno: solo un soffio, certo non abbastanza da permettere a un uomo di respirare, precisano gli scienziati della NASA che hanno dato l’annuncio. Alla superficie di Dione, l’ossigeno è rarefatto come a oltre 480 mila metri sopra la superficie terrestre.
Già in passato gli scienziati avevano dedotto la presenza di ossigeno da alcune “impronte” che Dione lasciava attraversando il campo magnetico di Saturno. il 7 aprile 2010, però, la sonda Cassini, passando accanto al satellite, ha per la prima volta “annusato” il gas direttamente.
Ossigeno senz’alberi
L’ossigeno presente nell’atmosfera terrestre è in gran parte un sottoprodotto della fotosintesi realizzata da batteri, fitoplancton, alberi ecc. Ma Dione, naturalmente, non ha piante, e quindi il suo sottile strato di ossigeno è molto probabilmente prodotto dall’interazione tra le particelle spaziali e il ghiaccio sulla sua superficie. A quanto pare, quando i fotoni provenienti dal Sole e le particelle cariche di energia provenienti dal campo magnetico di Saturno colpiscono il ghiaccio, liberano le molecole di ossigeno e idrogeno presenti al suo interno.
“Saturno ha un campo magnetico particolarmente intenso con un sacco di particelle ionizzate che ruotano ad altissima velocità“, dice Robert Tokar, astronomo al Los Alamos National Laboratory e coautore della ricerca su Dione. Quando queste particelle sbattono “contro la superficie del satellite, l’impatto produce spruzzi di vapore acqueo e ossigeno“.
Qualche speranza in più per la vita?
Questo meccanismo di produzione dell’ossigeno potrebbe essere comune anche su altri satelliti di Saturno, e potrebbe rivelarsi un elemento chiave per la presenza della vita nel nostro Sistema solare e oltre.
Sempre secondo i dati rilevati da Cassini, ad esempio, esiste ossigeno anche attorno a Rea, un altro satellite del pianeta. E secondo Tokar il bombardamento di particelle solari potrebbe liberare ossigeno sia intorno agli anelli ghiacciati di Saturno sia su alcune lune di Giove, tra cui Ganimede, Callisto ed Europa.
Dione, in realtà, non è considerato adatto a ospitare la vita: ha una temperatura media di -186 gradi centigradi e, almeno allo stato delle conoscenze, non possiede acqua in forma liquida, prerequisito considerato essenziale per la presenza di forme di vita così come le conosciamo. Ma il processo di formazione dell’ossigeno che avviene sul pianeta può aiutare gli scienziati a calibrare meglio la ricerca della vita altrove.
“Pensiamo a Europa, il satellite di Giove: se l’ossigeno prodotto in questo modo ha potuto in qualche modo entrare in contatto con uno degli oceani nel sottosuolo, dove c’era il carbonio, ecco che potrebbero essere nate forme di vita microbica“, sostiene Tokar.
Prodotto da “bombardamenti” spaziali (e non da forme di vita come avviene sulla Terra), l’ossigeno può comunque alimentare processi biologici. Gran parte degli animali, ad esempio, lo usano per trasformare i nutrienti in energia. “Probabilmente il meccanismo che abbiamo identificato si verifica non solo nel nostro Sistema solare ma anche in altri sistemi planetari“, conclude lo studioso.
Tags: acqua, astrofisica, astronomia, Dione, esplorazione spaziale, fisica, geofisica, giove, internazionale, saturno, scienza - articoli, sistema solare, sonde, statistica, terra
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DENEB Official 2 Marzo 2012

Osservando la Luna con il VLT (Very Large Telescope) dell’ESO, alcuni astronomi hanno trovato prove della presenza della vita nell’Universo, in particolare sulla Terra. Trovare vita sul nostro stesso pianeta sembra un’osservazione scontata, ma l’approccio innovativo di questa equipe internazionale potrebbe condurre in futuro a scoprire la vita anche altrove nell’Universo. Il lavoro è descritto in un articolo che verrà pubblicato nel numero del 1 marzo 2012 della rivista Nature.
“Abbiamo usato un piccolo trucco, cioè le osservazioni della luce cinerea (earthshine, in inglese), per osservare la Terra come se fosse un esopianeta“, dice Michael Sterzik (ESO), primo autore dell’artciolo. “Il Sole illumina la Terra e questa luce viene di conseguenza riflessa verso la superficie della Luna che a sua volta funge da gigantesco specchio e rimanda la luce riflessa dalla Terra verso di noi e questo è quello che abbiamo osservato con il VLT.”
Gli astronomi analizzano la debole luce cinerea per cercare alcuni indicatori, per esempio certe combinazioni di gas nell’atmosfera terreste, che rivelano con certezza la presenza di vita organica. Questo metodo sfrutta la Terra come punto di riferimento per la futura ricerca della vita su pianeti fuori dal Sistema Solare.
Le impronte della vita, quelli che si possono chiamare biomarcatori, sono difficili da trovare con metodi convenzionali, ma questa equipe ha sviluppato una tecnica pioneristica molto più sensibile. Invece che limitarsi a guardare la luminosita della luce riflessa nei vari colori, osservano anche la polarizzazione della luce, una tecnica chiamata spettropolarimetria. Applicando questa tecnica alla luce cinerea osservata con il VLT, i biomarcatori appaiono evidenti nella luce riflessa dalla Terra.
Stefano Bagnulo (Armagh Observatory, Irlanda del Nord, Regno Unito), co-autore dello studio, spiega i vantaggi dela tecnica: “La luce di un esopianeta distante è soffocata dal bagliore della stella madre e perciò è difficilissima da analizzare – un pò come cerare di studiare un granello di polvere vicino ad una lampadina potente. Ma la luce riflessa da un pianeta è polarizzata, mentre la luce della stella madre non lo è. Perciò le tecniche polarimetriche ci aiutano a separare la debole luce riflessa di un esopianeta dalla luce abbagliante della stella”.
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ditadifulmine.com 17 Febbraio 2012

Nei primi anni ’90, la superficie del pianeta Venere fu mappata per il 98% dalla sonda Magellan della NASA. Durante la raccolta dei dati, Magellan collezionò ache informazioni relative all’attrazione gravitazionale del pianeta, e riuscì a calcolarne con precisione il periodo di rotazione (243,015 giorni terrestri) basandosi sulla velocità di spostamento di monti e valli sulla superficie di Venere.
Quasi 20 anni dopo la missione Magellan, il Venus Express dell’Agenzia Spaziale Europea sta mappando la superficie di Venere con una precisione impossibile fino ad una decade fa. La nuova mappatura si serve dei dati raccolti dalla precedente missione Magellan per riprendere con maggiore livello di dettaglio alcune delle caratteristiche più interessanti del pianeta.
Durante queste operazioni di mappatura, tuttavia, il team scientifico del Venus Express si è accorto che gli stessi elementi di superficie utilizzati dalla sonda Magellan per calcolare la velocità di rotazione di Venere si trovavano a circa 20 km di distanza dalla posizione in cui ci si sarebbe aspettati di vederli.
Tradotto in soldoni: Venere sta ruotando più lentamente di quanto facesse 16 anni fa, impiegando 6, 5 minuti in meno per compiere una rotazione completa.
“Quando le due mappe non si sono allineate, ho pensato inizialmente che ci fosse un errore nei miei calcoli, dato che Magellan ha misurato la velocità di rotazione di Venere in modo molto accurato” spiega Nils Müller, ricercatore del DLR German Aerospace Centre. “Ma abbiamo controllato ogni possibile errore immaginabile“.
Cosa può rallentare la rotazione di un pianeta come Venere? Nella rotazione di un pianeta intervengono diversi elementi, tra i quali l’atmosfera e i suoi movimenti più o meno violenti. Come accade sulla Terra, anche su Venere i venti ad alta velocità e la densità dell’atmosfera possono modificare la velocità di rotazione planetaria, anche se sul nostro pianeta questo cambiamento si verifica in proporzioni molto più ridotte di quello osservato su Venere.
Grazie ad una spessa coltre di anidride carbonica, la pressione superficiale di Venere è 90 volte superiore a quella terrestre, e le nubi di acido solforico che popolano l’alta atmosfera del pianeta viaggiano costantemente ad una velocità che può raggiungere facilmente i 300 km/h.
I venti vicini alla superficie, invece, si muovono molto lentamente, a velocità di pochi chilometri orari; ma considerando l’elevata densità dell’atmosfera venusiana, questi venti esercitano una notevole pressione su ogni oggetto di superficie, roccia compresa.
La differenza di velocità dei venti che soffiano nello strato basso e in quello più alto dell’atmosfera del pianeta potrebbero essere la chiave per spiegare il mistero del rallentamento della rotazione di Venere. I venti d’alta quota corrono il 60% più velocemente della velocità media di rotazione del pianeta, mentre quelli più bassi esercitano una spinta costante sulle caratteristiche geologiche superficiali.
Mistero risolto? Non proprio: il cambiamento nella velocità di rotazione, anche se minuscolo rispetto ai 243 giorni necessari per una rotazione completa, è comunque troppo elevato da poter essere giustificato dai soli venti che soffiano nell’atmosfera.
Queste dinamiche atmosferiche, infatti, sono note da ben oltre 16 anni, e caratterizzano il pianeta Venere da chissà quanti milioni di anni. Solo un brusco cambiamento nei consueti meccanismi climatici potrebbe alterare l’atmosfera venusiana a tal punto da modificare il periodo di rotazione del pianeta.
Potrebbero intervenire, ad esempio, i cicli solari della nostra stella, già da tempo messi in relazione diretta o indiretta con il clima terrestre ed extraterrestre.
L’attività solare può incidere sensibilmente sulle temperature del nostro pianeta con effetti riscontrabili anche sui meccanismi climatici terrestri; lo stesso potrebbe accadere su Venere, dove anche un piccolo aumento di velocità dei venti sposta dense porzioni di atmosfera.
“E’ difficile trovare un meccanismo in grado di causare un cambiamento così evidente nella velocità media di rotazione in soli 16 anni” sostiene Håkan Svedhem, membro del team del Venus Express. “All’origine di questo fenomeno potrebbe esserci il ciclo solare o i meccanismi meteorologici a lungo termine che modificano le dinamiche dell’atmosfera. Ma questo rompicapo non è ancora stato risolto“.
Perchè è così importante preoccuparsi della rotazione di un pianeta che, nel suo punto di maggiore vicinanza al nostro pianeta, dista dalla Terra almeno 38 milioni di km? Se vogliamo continuare ad esplorare Venere, e approfondire le nostre conoscenze su un pianeta così simile e allo stesso tempo così differente dal nostro, conoscere l’esatta velocità di rotazione del pianeta è fondamentale.
Considerando le temperature superficiali di oltre 400°C e le estreme pressioni atmosferiche, è difficile collocare sul pianeta un rover in grado di muoversi più o meno liberamente lungo il terreno venusiano. Il corretto e preciso atterraggio delle future sonde esplorative, quindi, è un elemento di rilevanza critica per una missione di successo.
C’è poi da valutare un’ultima questione: ciò che ha effetti così evidenti su Venere potrebbe causare alterazioni anche sul nostro pianeta, sebbene con conseguenze meno rilevanti. Già da tempo è stato dimostrato un legame tra il clima terrestre e la velocità di rotazione del pianeta, e tutto ciò che potrebbe alterare la nostra atmosfera, che si tratti di attività solare anomala o di cambiamenti causati dalle attività umane, è meritevole di attenzione.
Non so voi, ma non mi conforta molto l’idea che ci sia qualcosa di misterioso in grado di alterare addirittura la rotazione del nostro pianeta…
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